
Trovai la libreria a dispetto delle indicazioni stradali. Me le aveva date poche ore prima Edgardo, mentre si alzava dal tavolo del ristorante, nascondendo con un guizzo di perentorietà il dubbio che lo prende ogni volta che qualcuno, per ignoranza o costrizione, deve affidarsi alle sue mappe mentali. Gli vidi roteare gli occhi pastosi come le ghiere di una bussola nautica sorpresa da una tempesta magnetica: smazzava nella testa i toponimi dei vicarielli, in una ricostruzione ideale di Napoli che includeva Atlantide ed Eldorado, Nubicuculia e Ur finché, sebbene indeciso tra la Ziggurat di Susa o l’obelisco di San Domenico, decise saggiamente di usare quest’ultimo come punto di riferimento per indicarmi il luogo dell’appuntamento. Arrivai per primo, spinto da un atavico inculcamento di mia nonna, che mi aveva insegnato a preferire alla puntualità i larghi anticipi, unica arma dell’uomo contro le bizze di un destino capriccioso: “E se si scassa la macchina? E se fai un incidente? E si rummani bloccato ind’o traffico? E si vene a cchiovere forte?”. Il suo insegnamento aveva fatto tanta presa su di me che cominciai, col tempo, ad aggiungere al suo campionario di alleati del ritardo ulteriori eventualità, sempre più remote, ma che nell’ansia dell’appuntamento mi parevano plausibili quanto una gomma bucata: invasioni bibliche di locuste e cavallette, bombardamenti nucleari, un epidemia fulminante di ebola, ed altre catastrofi da tv movie americano, da cui mi consolava solo il pensiero di avere una scusa originale a giustificare il mio eventuale ritardo. Anche quella sera, dunque, mi arrampicai cuoncio cuoncio per la salita di Mezzocannone, adottando l’andatura della sposa sulla marcia nunziale: passetti veloci intervallati da pause solenni, che avevo scoperto essere la tecnica migliore di avanzamento su salite sconnesse, in grado di conciliare una certa velocità di crociera con l’esigenza di non sudare e di non lussarsi le caviglie nelle fughe delle vasule, più infide delle mine antiuomo. Tirai un sospiro di sollievo quando vidi aprirsi di fronte a me di moto cinetico volontario le porte a vetro della libreria, liberando nella frescura pungente della prima sera il calore ligneo della carta ammassata, riscaldata dalle rapide scorse dei clienti indecisi. Tra questi, anche un mio collega della specializzazione, fisso nello scaffale di Filosofia, mentre sorreggeva in petto il frutto della sua insperata congiunzione carnale con una donna: credo stesse cercando una versione illustrata del Capitale, giusto per indottrinare la pargola sin dalla culla (che presumo sia rigorosamente in legno di tundra). Mentre fantasticavo su come potesse suonare Bandiera Rossa in versione xilofono neonatale, mi si approssimò quell’anima candida di Riccardo, disegnato alla perfezione in un giubbetto di tuta blu navy del tutto simile al mio, ma che faceva tutt’altro effetto poggiato sul canone policleteo del suo busto e sulla falcata saettante del suo incedere. Solo un burqa mi avrebbe salvato dall’ingrato confronto, se non fosse in seguito intervenuto Marco a oliare il grippo tortuoso della mia autostima attribuendomi, quella sera, un alto tasso di sex appeal. Per la gioia di un Carrino evidentemente terrorizzato dalla possibilità che Marco riproponesse in pubblico l’ennesima dichiarazione d’amore orfico nei suoi confronti, Il Palasciano era giunto, come suo solito, modicamente zompettante, attento a non superare quella certa soglia di entusiasmo che avrebbe potuto smascherare il bieco fingimento del suo ginocchio infermo, da mesi viatico personale per lo scrocco ad libitum delle agevolazioni più varie. Anche in quell’occasione Marco non mancò di far valere la sua disabilità, scorciando alla bisogna la gamba dei calzoni per mettere in bella mostra il tutore color carne che fasciava l’articolazione, tesa parossisticamente a simulare una rigidità patologica. Il premio per quell’interpretazione fu una sedia in plastica rossa, sulla quale il Palasciano si adagiò mollemente circondato da me, Luca Mercogliano e suo amico barbuto, in qualità di bue, asinello e San Giuseppe addetti alla veglia del puer aeternus. Ma un malumore colse d’improvviso il bambinello peloso, che s’agitò dal suo comodo giaciglio, lamentando di non vedere una beneamata mazza, se non schiene di cappotti di varie fogge e colori: sceso dallo scranno in plastica, prese a brandirlo come ariete, percuotendovi più volte il suolo come Mosé sul promontorio del Mar Rosso, in attesa che la folla della minuscola saletta si aprisse in un mistico miracolo di compressione sulle pareti. A farne le spese fu una delle organizzatrici, colpita nell’incavo del ginocchio da una gamba metallica della seduta. Acquietata che fu la capelluta mina vagante, la presentazione ebbe inizio: ma questa è un’altra storia.